I giovani cominciano a ribellarsi all’intelligenza artificiale

Per anni ci siamo sentiti ripetere che le nuove generazioni avrebbero accolto l’intelligenza artificiale con entusiasmo naturale, quasi inevitabile. Ragazzi cresciuti dentro gli smartphone, immersi nei social network, abituati alla velocità delle piattaforme digitali: chi meglio di loro avrebbe potuto adattarsi all’era dell’AI?
Eppure qualcosa sta cambiando. E forse più rapidamente di quanto molti osservatori immaginassero.
Abbiamo trovato particolarmente interessante un articolo pubblicato da Linkiesta e firmato da Emma Besseghini, perché racconta un fenomeno che raramente emerge nei toni trionfalistici con cui l’intelligenza artificiale viene spesso descritta: la nascita di una vera e propria reazione culturale e generazionale contro l’AI.
Il pezzo parte da alcune scene simboliche avvenute negli Stati Uniti. Durante un discorso di laurea all’Università dell’Arizona, l’ex CEO di Google Eric Schmidt viene fischiato dagli studenti dopo aver dichiarato che l’intelligenza artificiale entrerà inevitabilmente in ogni professione. Episodio simile all’Università della Florida Centrale, dove perfino un corso dedicato all’arte generata tramite AI ha provocato proteste e malumori.
L’articolo mostra bene un punto fondamentale: molti giovani non stanno rifiutando la tecnologia in sé. La usano. La conoscono. In molti casi la padroneggiano meglio degli adulti. Ma proprio questa familiarità sta facendo emergere paure molto concrete.
La più evidente riguarda il lavoro creativo. Studenti che sognano di diventare illustratori, video editor, designer, copywriter o programmatori vedono comparire strumenti capaci di produrre testi, immagini, montaggi e codice in pochi secondi e a costi quasi nulli. Non è soltanto la paura di essere “sostituiti”: è il timore di perdere quella lunga fase di apprendistato fatta di errori, tentativi imperfetti, revisioni e crescita progressiva. In altre parole, il rischio che sparisca proprio il terreno su cui si costruisce una competenza reale.
Molto interessante anche il passaggio dedicato alla vita universitaria. Lo studente di Stanford Theo Baker descrive una generazione che ha visto arrivare ChatGPT quasi contemporaneamente all’ingresso nei campus. Nel giro di pochi mesi, racconta, copiare con l’AI è diventato normale, al punto che alcuni corsi hanno reintrodotto esami sorvegliati e dichiarazioni obbligatorie del tipo: “Non ho utilizzato ChatGPT”.
Ma il testo di Emma Besseghini va oltre il tema scolastico e individua una trasformazione più ampia: il passaggio dall’entusiasmo all’inquietudine. I dati del sondaggio Gallup citati nell’articolo mostrano che tra i giovani americani stanno diminuendo entusiasmo e fiducia verso l’intelligenza artificiale, mentre cresce la rabbia. Non è un dettaglio sociologico secondario. È forse il primo segnale di una frattura culturale dentro la generazione che avrebbe dovuto incarnare senza esitazioni il futuro tecnologico.
Il reportage racconta anche le prime forme organizzate di protesta. A Londra, davanti agli uffici di OpenAI, Meta e Google DeepMind, centinaia di manifestanti hanno partecipato a iniziative promosse da gruppi come Pause AI e Pull the Plug. L’obiettivo non è distruggere la tecnologia, ma rallentare la corsa incontrollata, chiedere maggiore controllo democratico e porre limiti allo sviluppo dei sistemi più avanzati.
Particolarmente inquietante, infine, la parte dedicata al sabotaggio interno nelle aziende. Secondo un report citato nell’articolo, una parte significativa dei lavoratori – soprattutto appartenenti alla Gen Z – starebbe ostacolando attivamente l’adozione dell’AI nei luoghi di lavoro. C’è chi evita gli strumenti aziendali, chi utilizza software non autorizzati e perfino chi altera volontariamente le proprie performance per dimostrare che l’intelligenza artificiale “non funziona”.
È qui che compare un termine destinato probabilmente a diventare centrale nei prossimi anni: FOBO, Fear Of Becoming Obsolete, la paura di diventare obsoleti.
Ed è forse proprio questo il punto più importante dell’intero articolo: l’AI non sta soltanto modificando il lavoro o la produttività. Sta ridefinendo il rapporto delle persone con il proprio valore, con la formazione, con l’identità professionale e persino con il senso dello studio.
Per questo abbiamo trovato il pezzo di Emma Besseghini particolarmente interessante e meritevole di attenzione. Non perché offra risposte definitive, ma perché fotografa molto bene un clima culturale che sta emergendo sotto la superficie dell’entusiasmo tecnologico.
Fonte: “I giovani hanno cominciato a protestare contro l’IA” di Emma Besseghini su Linkiesta






