Governare l’AI prima di subirla

L’editoriale di Valentina Garavaglia pubblicato dal Corriere della Sera affronta uno dei nodi più delicati del presente europeo: la capacità di governare l’intelligenza artificiale senza subirla passivamente. Non è un testo tecnico né una semplice riflessione sull’innovazione digitale. È piuttosto un intervento politico e culturale che prova a spostare il dibattito dall’entusiasmo automatico verso una domanda più profonda: chi controllerà davvero le infrastrutture del futuro?
Garavaglia parte da un’immagine efficace: ci sono epoche in cui “il futuro smette di bussare e decide di entrare”. Secondo l’autrice, quel momento è già arrivato. L’AI, la trasformazione digitale e la ridefinizione dei modelli economici non appartengono più alla sfera delle ipotesi, ma costituiscono ormai la materia concreta del presente europeo.
Il cuore del ragionamento riguarda la posizione dell’Europa nella competizione globale sull’intelligenza artificiale. Mentre Stati Uniti e Cina sviluppano modelli integrati, sostenuti da grandi aziende e strategie nazionali aggressive, l’Europa rischia di rimanere “forte nelle regole ma debole nelle infrastrutture”. Un continente capace di produrre norme, ma non piattaforme. Capace di regolamentare, ma non di guidare realmente l’innovazione.
In questo contesto, Garavaglia richiama il pensiero di Edgar Morin e cita una frase significativa: “la conoscenza è una navigazione in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze”. Il riferimento serve a sottolineare un punto importante: senza autonomia tecnologica, persino le nostre “certezze” rischiano di essere costruite altrove, da altri soggetti economici e politici.
Molto interessante è anche il passaggio dedicato alla proposta dell’Accademia Nazionale dei Lincei di creare un grande polo pubblico europeo per l’intelligenza artificiale, ispirato al modello del CERN. L’idea di fondo è che l’AI non possa essere lasciata esclusivamente alle grandi corporation private, ma debba diventare anche un’infrastruttura pubblica della conoscenza europea.
L’editoriale insiste poi su un aspetto spesso rimosso nel discorso pubblico: l’innovazione non è neutrale. Dietro l’AI esistono costi energetici enormi, data center sempre più voraci, impatti ambientali significativi e una concentrazione del potere tecnologico in poche piattaforme globali. La questione, quindi, non è soltanto tecnica. È politica, economica ed etica insieme.
Da questo punto di vista, il ruolo delle Università diventa centrale. Garavaglia sostiene che oggi non basti formare professionisti capaci di usare strumenti digitali. Occorre formare cittadini consapevoli delle implicazioni culturali e democratiche dell’intelligenza artificiale. “Non abbiamo bisogno solo di competenze, ma di coscienze vigili”, scrive la rettrice della Università IULM.
È probabilmente questo il passaggio più importante dell’intervento. Perché sposta il tema dell’AI fuori dalla sola dimensione produttiva o economica e lo riporta dentro la formazione culturale, l’autonomia critica e la cittadinanza europea.
In un momento storico in cui il dibattito pubblico oscilla spesso tra entusiasmo tecnologico e paura apocalittica, il testo di Garavaglia propone una terza strada: costruire una sovranità europea dell’intelligenza artificiale fondata sulla ricerca pubblica, sulla cooperazione tra università e su una cultura democratica della tecnologia.
Segnaliamo quindi questo intervento come una lettura particolarmente interessante per comprendere come la questione dell’AI non riguardi soltanto il futuro del lavoro o dei dispositivi digitali, ma il futuro stesso dell’autonomia culturale e politica europea.
Fonte: “Un’Europa capace di governare l’AI” di Valentina Garavaglia, Corriere della Sera, 23 maggio 2026






