{"id":27381,"date":"2025-05-02T10:33:16","date_gmt":"2025-05-02T08:33:16","guid":{"rendered":"https:\/\/www.tuttologia.com\/mac\/?p=27381"},"modified":"2025-05-02T10:33:16","modified_gmt":"2025-05-02T08:33:16","slug":"la-simulazione-della-mente-e-socialmente-dannosa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.tuttologia.com\/mac-blog\/la-simulazione-della-mente-e-socialmente-dannosa\/","title":{"rendered":"La simulazione della mente \u00e8 socialmente dannosa?"},"content":{"rendered":"\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"990\" height=\"990\" src=\"https:\/\/tuttologia.com\/mac-blog\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/AI-pittura.jpg\" alt=\"La simulazione della mente\" class=\"wp-image-27382\" srcset=\"https:\/\/www.tuttologia.com\/mac-blog\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/AI-pittura.jpg 990w, https:\/\/www.tuttologia.com\/mac-blog\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/AI-pittura-300x300.jpg 300w, https:\/\/www.tuttologia.com\/mac-blog\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/AI-pittura-150x150.jpg 150w, https:\/\/www.tuttologia.com\/mac-blog\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/AI-pittura-768x768.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 990px) 100vw, 990px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p><strong>La simulazione della mente al calcolatore \u00e8 socialmente dannosa?<\/strong> Si chiede <strong>Margaret A. Boden<\/strong> in un testo della fine degli anni ottanta del secolo scorso. Margaret A. Boden analizza la crescente visibilit\u00e0 pubblica dell\u2019Intelligenza Artificiale (IA) e le <strong>reazioni teoriche, culturali e filosofiche<\/strong> che essa ha suscitato, in particolare nel campo della <strong>psicologia<\/strong>. Alternando una ricostruzione storica alla discussione critica, Boden esplora i legami tra IA, simulazione mentale e le resistenze nei confronti di una concezione meccanicistica della mente umana.<\/p>\n\n\n\n<p>Boden afferma che la <strong>simulazione<\/strong> al calcolatore delle funzioni mentali, fino a pochi anni prima confinata agli ambienti accademici, \u00e8 diventata improvvisamente visibile e discussa a livello globale. Sebbene alcuni manuali di psicologia ne tacciano ancora, corsi e dibattiti sull\u2019argomento proliferano ovunque. Secondo l\u2019autrice, ormai \u00e8 difficile ignorare l\u2019IA, almeno come \u201cprogetto tecnologico\u201d, anche se si pu\u00f2 ancora discutere sulla sua validit\u00e0 come \u201cteoria o metodologia psicologica\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Intelligenza Artificiale, scrive Boden, mira a \u201cmettere i calcolatori in grado di fare lo stesso tipo di cose che riesce a fare <strong>la mente dell\u2019uomo<\/strong>\u201d. Il risveglio dell\u2019interesse pubblico si deve in gran parte alla sfida del progetto giapponese dei calcolatori di \u201cquinta generazione\u201d, annunciato nel 1981, ma le radici di tale tecnologia risalgono a oltre trent\u2019anni prima, a un gruppo di scienziati impegnati nella creazione di modelli psicologici simulati da computer. In questo senso, l\u2019IA \u00e8 \u201cstrettamente connessa con le teorie psicologiche\u201d che vedono un\u2019analogia strutturale tra mente e macchina, tanto sul piano storico quanto su quello concettuale.<\/p>\n\n\n\n<p>Tuttavia, proprio queste connessioni generano <strong>sospetti e resistenze<\/strong>. Boden sottolinea che le paure suscitate dall\u2019IA non riguardano solo la possibilit\u00e0 di abusi autoritari in stile <em>Grande Fratello<\/em> o la perdita di posti di lavoro, ma toccano soprattutto il significato e l\u2019immagine dell\u2019essere umano. L\u2019IA viene spesso percepita come una minaccia ai \u201ctratti specifici e alle peculiarit\u00e0 essenziali dell\u2019essere umano\u201d. C\u2019\u00e8 il timore che, modellando l\u2019uomo sull\u2019immagine del calcolatore, si finisca per ridurre o cancellare i valori umani fondamentali.<\/p>\n\n\n\n<p>Boden inserisce questa reazione in una cornice pi\u00f9 ampia, osservando che l\u2019idea che scienza e tecnologia siano \u201cessenzialmente disumanizzanti\u201d non \u00e8 affatto nuova. \u00c8 una preoccupazione storicamente radicata in certo pensiero filosofico europeo. Richiamando <strong>Max Weber<\/strong>, <strong>Wilhelm Dilthey<\/strong> e <strong>J\u00fcrgen Habermas<\/strong>, l\u2019autrice evidenzia la distinzione da essi tracciata tra il <em><strong>Verstehen<\/strong><\/em> \u2014 la comprensione interpretativa, ritenuta propria delle scienze umane \u2014 e l\u2019approccio oggettivante delle scienze naturali. Anche chi non ha familiarit\u00e0 con il lessico filosofico, osserva Boden, spesso condivide inconsciamente queste posizioni. Infatti, la controcultura degli anni \u201970, alimentata da testi come <em>Where the wasteland ends<\/em> di Theodore Roszak, ha diffuso <strong>un\u2019opposizione viscerale alla razionalit\u00e0 tecnica della societ\u00e0 industriale<\/strong>, proponendo valori umanistici e religiosi in netto contrasto con quelli scientifici.<\/p>\n\n\n\n<p>Secondo Boden, queste preoccupazioni hanno avuto un\u2019eco anche nella psicologia teorica, pur con differenze significative. Ad esempio, il <strong>comportamentismo<\/strong>, che ha cercato di emulare il rigore delle scienze naturali, ha rigettato qualsiasi concetto \u201cmentalistico\u201d, ovvero legato alla soggettivit\u00e0 o all\u2019interiorit\u00e0. Anche <strong>Freud<\/strong>, nonostante il suo approccio interpretativo, riteneva che concetti come \u201cscopo\u201d o \u201cscelta\u201d potessero, in linea di principio, essere ridotti a fenomeni cerebrali descritti dal linguaggio della neurologia.<\/p>\n\n\n\n<p>Non tutti gli psicologi, tuttavia, condividono questo orientamento. Alcuni, di matrice <strong>fenomenologica<\/strong>, esistenziale o etogenica, hanno mantenuto nei loro modelli teorici<strong> la centralit\u00e0 dell\u2019esperienza soggettiva<\/strong>. Per questi studiosi, la crescente influenza della scienza e della tecnologia rappresenta un problema urgente e concreto. Boden spiega che, secondo tali psicologi, le teorie comportamentali non si limitano a descrivere la realt\u00e0 sociale: esse la costituiscono, la plasmano. \u201cCambiando l\u2019immagine che abbiamo di noi stessi, esse ci cambiano.\u201d \u00c8 una questione pratica, non una sottigliezza astratta. Le nostre idee \u2014 spesso implicite, inconsapevoli \u2014 su ci\u00f2 che gli esseri umani sono o possono essere, influenzano profondamente la nostra esistenza quotidiana, proprio perch\u00e9 sono legate alla nostra visione morale del mondo.<\/p>\n\n\n\n<p>In questo contesto, Boden cita lo psicologo esistenziale Rollo May, che gi\u00e0 nel 1959 denunciava <strong>gli effetti disumanizzanti della scienza moderna<\/strong>. May osservava che molti dei suoi pazienti soffrivano perch\u00e9 non si percepivano come agenti liberi, capaci di scelte consapevoli. Per lui, questa condizione psicologica derivava da una visione scientista dell\u2019uomo, visto come una macchina. Se avesse scritto trent\u2019anni dopo \u2014 ipotizza Boden \u2014 May avrebbe certamente incluso l\u2019IA tra le cause di questa deriva, collegandola \u201cagli aspetti disumanizzanti della scienza moderna che trasformano l\u2019uomo a immagine della macchina\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Infine, Boden conclude con un\u2019osservazione particolarmente incisiva: non \u00e8 neppure necessario esplicitare un paragone tra uomo e macchina perch\u00e9 l\u2019effetto disumanizzante si produca. Il messaggio implicito delle <strong>scienze naturali<\/strong> \u00e8 inequivocabile: <strong>\u201cpoich\u00e9 nella fisica non c\u2019\u00e8 posto per concetti come quelli di scopo, scelta, credenza, azione e, soprattutto, soggettivit\u00e0\u201d<\/strong>, si finisce per incoraggiare teorie dell\u2019uomo che escludono proprio questi aspetti essenziali.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La simulazione della mente al calcolatore \u00e8 socialmente dannosa? Si chiede Margaret A. 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